“Un romanzo è uno specchio portato lungo la strada. A volte riflette l’azzurro dei cieli, a volte il fango delle pozzanghere”, scriveva Stendhal. Nello stesso giro di anni, da quella vagheggiata America – altrove magari non raggiungibile, ma comunque sempre costituzione invocabile – Edgar Allan Poe gettava le basi del genere poliziesco con le avventure di Auguste Dupin, l’investigatore capace di cogliere l’invisibilità dell’evidenza, quella che più di tutto può nascondere il crimine che vuol dirsi perfetto, cioè impunito.
Ma il delitto, e più in generale, il Male è visibile oppure no? Stendhal, attento osservatore di quell’animale sociale che è l’uomo, avverte il romanziere più coraggioso: “L’uomo che porta lo specchio nella sua gerla sarà da voi accusato di essere immorale! Lo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada in cui è il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia ristagnar l’acqua e il formarsi delle pozze”.
Per fortuna nasce il genere giallo, che può accogliere il racconto del Male e renderlo visibile, assolvendo l’autore da ogni colpa morale. Avviene un delitto, l’indagine porta fuori tutto “il marcio che c’è” e infine, grazie all’acume del detective, il colpevole viene consegnato alla giustizia. Lo sviluppo canonico del genere, dopo aver condotto i lettori alla scoperta, angosciante e scandalosa, di moventi e metodi delittuosi, provvede a rassicurarli che il patto sociale, che lega gli uomini tra loro, è garanzia di individuazione e punizione di colui che devia rispetto all’etica condivisa.
Ma i canoni narrativi e i limiti, si sa, sono fatti per essere forzati, se non superati. Così anche un’autrice rigorosa come Agatha Christie ad un certo punto sceglie di avventurarsi in una compromissione rischiosa della figura autoriale, con l’Assassinio di Roger Ackroyd, in cui, se l’autrice resta al di sopra di ogni sospetto, sarà però il narratore a giocare un brutto tiro al lettore rivelandosi alla fine, proprio lui, l’autore del delitto raccontato. Il patto narrativo entra in crisi e anche qui può essere considerato lo specchio di altre crisi che percorrono, e forse incrinano, il patto sociale. Chissà in che misura il narratore di Todo Modo di Leonardo Sciascia – il pittore famoso che ingaggia un duello etico ed intellettuale con don Gaetano, ultima vittima eccellente di una catena di delitti, in cui esercita un ruolo molto ambiguo – possa dirsi debitore di quell’esperimento, in cui un’ellissi narrativa diventa alibi, ma forse anche indizio, per il lettore attento.
Il giallo perde le sue certezze, se non puoi fidarti neppure di colui che racconta, o di colui che dovrebbe collaborare alle indagini, e la posizione di un interruttore può fare improvvisa luce su tremende e potenti complicità, condannando a morte il personaggio che ha la fatale epifania (come ne Una storia semplice di Leonardo Sciascia). Il racconto diventa allora disperatamente quello di una indagine che non ha, perché non può avere, una soluzione vera. Nella consapevolezza che questo significa “requiem” per il romanzo giallo, come ne La promessa di Friedrich Dürrenmatt, in cui il detective si trova imprigionato nella sua indagine e nella sua ricerca fino alla rovina personale. Oppure “parodia”, come ne Il contesto di Sciascia, in cui l’investigatore che indaga su delitti che colpiscono dei giudici, viene a sua volta ucciso in un conflitto a fuoco con tutte le parti artatamente confuse e rovesciate ad usum delphini.
Qualcosa non funziona più come dovrebbe: il Male non è più così facilmente individuabile, né “estraibile” a livello sociale, attinge a qualcosa che appartiene profondamente all’animo umano, e investe il Potere e la sua intima e sistematica forza corruttrice. A complicare le cose, la riflessione, anche quella dello specchio romanzesco, può rivelare che non sempre la legge coincide con la giustizia.
Se il patto sociale non regge, colui che indaga resta solo. Terribilmente e pericolosamente solo, alle prese con il delitto, nelle infinite forme che può assumere, quasi diventasse un personaggio investito da un crisma cristologico nel suo destino di presa in carico del Male, fino ad arrivare alla sua stessa disfatta ed alla morte. Ma qui la complicità è di tutti, anche di quello che, pur avendo visto e sapendo qualcosa, decide velocemente di allontanarsi e di mettersi in salvo. È sempre un romanzo che si incarica di dircelo, con l’amaro finale di Una storia semplice.
“Uscì dalla città cantando. Ma a un certo punto fermò di colpo la macchina, tornò ad incupirsi, ad angosciarsi. ‘Quel prete’ si disse ‘quel prete…L’avrei riconosciuto subito, se non fosse stato vestito da prete: era il capostazione, quello che avevo creduto fosse il capostazione’. Pensò di tornare indietro, alla questura. Ma un momento dopo: ‘E che, vado di nuovo a cacciarmi in un guaio, e più grosso ancora?’. Riprese cantando la strada verso casa.”
Un ponzio-pilatismo in salsa democratica che non può che accrescere la solitudine di chi non si stanca mai di ragionare. Se pensiamo che per Sciascia tutto era cominciato con il “Mi ci romperò la testa” del commissario Bellodi ne Il Giorno della civetta, il suo primo giallo, arrivare alla grottesca allegria dell’“uomo della Volvo” – l’assenza del nome non è casuale – dà la misura della sconfitta.
La storia è davvero semplice, fin troppo semplice. Va così, amaramente, ma potrebbe sempre andare in un modo diverso. Oltre alla vicenda narrata e ai personaggi, esiste sempre il lettore. E che diamine! per dirla con Iser, anche lui qualcosa conta e può farsi valere. In fondo, l’Autore le storie le scrive per Lui, ed è arrivato anche a sacrificare l’Eroe. Una qualche responsabilità dovremmo pur assumercela.
[Articolo apparso su Memo Grandi Magazzini culturali https://grandimagazziniculturali.it/2021/09/un-genere-al-di-sopra-di-ogni-sospetto-a-treviso-si-indaga-sul-giallo/]


