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Il lavoro domestico, vocazione o lavoro da retribuire?

Nella Giornata internazionale della Donna 2026, il pensiero corre a quella presenza fantasmatica che abita saldamente il mondo intero e lo ripopola. Si chiama lavoro domestico, quello che quando c’è non si vede, ma quando manca si nota.  

Nel nostro Paese, l’Istat indica in circa 6 milioni le donne che non lavorano fuori casa, con una distribuzione territoriale prevalente al Sud (il 50,7% della popolazione femminile). Secondo l’Istat, per “casalinga” si intende “una donna che non ha svolto nemmeno un’ora di lavoro nella settimana di riferimento o che non cerca lavoro”.

La donna casalinga, in sostanza, esiste soltanto per negazione: non lavora e non cerca un’occupazione e perciò trova sistemazione nella categoria degli “inattivi”. Ora, non c’è persona intellettualmente onesta (uomo o donna che sia, ma soprattutto donna) che non colga l’ingiustizia di una simile collocazione, per il fattore di disuguaglianza sostanziale che contiene. Basterebbe una rapida ricognizione della mole di attività che ogni casalinga svolge ogni giorno in termini di servizi e cura per comprendere quanto la statistica deformi e nasconda la realtà.  

Ma da dove origina uno scarto così marcato, destinato a immediata contraddizione quando quello stesso lavoro domestico, svolto in modo informale dalla cosiddetta “inattiva”, viene delegato a terzi, collaboratrici domestiche, colf, baby sitter o badanti, acquisendo così all’improvviso il valore economico che prima veniva negato?

Il problema affonda le sue radici in una concezione della donna come “vocata” al lavoro domestico che, quando viene svolto all’interno del proprio nucleo famigliare, non viene considerato come una vera e propria attività, ma piuttosto la manifestazione di uno specifico femminile. Che meravigliosa trappola, vero? Il guaio è che, come i pesci che nuotano e non si accorgono dell’acqua in cui sono immersi, anche noi donne ci stiamo facendo vittime quasi orgogliose della morsa che ci stringe tutte, tra aspettative sociali interiorizzate e mito multitasking.     

Lo aveva ben chiaro il movimento femminista degli anni Settanta che ha definito una tale “naturalizzazione del lavoro domestico” un vero e proprio principio di sfruttamento capitalistico, prodotto da una concezione della donna che più patriarcale di così non si potrebbe. Non a caso, la battaglia per il riconoscimento del lavoro domestico si accompagnava a quelle per il divorzio e l’aborto, facendo parte del medesimo paradigma di cambiamento radicale della condizione femminile. Ma su questo tema nessun risultato è stato raggiunto, per essere poi quasi del tutto abbandonato. L’emancipazione femminile è stata associata soltanto al lavoro fuori casa, fino a ritenere la richiesta del salario per il lavoro tra le mura domestiche una sorta di battaglia di retroguardia legata alla cristallizzazione di un ruolo familiare tradizionale. Mentre le femministe degli anni Settanta hanno da subito avuto ben chiara la portata della rivendicazione, tanto da renderle capaci di sopportare quell’elemento di contraddizione, solo apparente, che la proposta porta con sé.

Lo slogan che ha accompagnato la battaglia è infatti “il salario per/contro il lavoro domestico”. E giova ricordare che è stato proprio il nostro paese la culla teorica della campagna “Wages for Housework (WfH), lanciata dal movimento femminista italiano – da Mariarosa Dalla Costa, Silvia Federici, Maria Pia Turri, per fare alcuni nomi -, che vede la prima conferenza internazionale a Padova nel 1972 e la sua fase di più intensa attività fino al 1977, permettendo di “pensare insieme attività tra loro diverse, come il lavoro domestico, l’agricoltura di sussistenza, il lavoro sessuale, il lavoro di cura, l’educazione formale e informale” (Silvia Federici).   

Come spiega Federici, nel suo ultimo saggio “Scritti sulla riproduzione. Dal salario al lavoro domestico alle ‘insorgenze femministe’” (uscito in Italia nell’ottobre 2025, a cura di Anna Curcio, per la casa editrice Ombre corte) è cruciale riflettere su quanto l’intera “economia della produzione”, quella del lavoro salariato riconosciuto dal sistema economico capitalista, incentrata (e concentrata) sulla figura maschile del lavoratore, si regga in realtà sull’ “economia della riproduzione” sostenuta dalle donne.   

Un lavoro nascosto ma essenziale perché tutti possano nascere e vivere, che comprende compiti domestici e materiali, ma anche “l’educazione e la socializzazione di bambini e adolescenti, le cure mediche e il sostegno per l’intero nucleo familiare (il care), l’onere mentale di organizzare e garantire il buon funzionamento della vita familiare (…)” (Louise Toupin), in un amalgama inscindibile di impegno materiale e immateriale. Oggi stiamo toccando con mano come l’averlo reso invisibile e privo di valore determini una intrinseca condizione di sudditanza economica e svalutazione, che, nel caso migliore, alimenta una sempre minore partecipazione alla vita sociale, culturale e politica da parte delle donne, e delle casalinghe in primo luogo, mentre, nel caso peggiore, crea il terreno fertile per situazioni di sopruso, se non di violenza vera e propria.     

Le recenti vicende nel nostro paese, come la bocciatura del congedo paritario e le sorti del ddl sul consenso all’atto sessuale, ma anche gli ultimi sconfortanti dati circa la qualità dell’occupazione femminile, con una diffusione massiccia del part time involontario, il “soffitto di cristallo” per le posizioni apicali, le remunerazioni medie più basse rispetto a quelle maschili e l’enorme disparità del carico di lavoro di cura tra uomini e donne, anche lavoratrici, sono tutti elementi che concorrono a comporre il quadro di un preoccupante e ulteriore arretramento sulla questione femminile.   

Non c’è da stupirsi che accada in un momento in cui il mondo brucia e la guerra permanente viene utilizzata come la principale strategia di ridefinizione di rapporti economici e di potere. Mai come in questo tempo buio che stiamo vivendo, l’economia della produzione sull’orlo della crisi sembra essersi addirittura scatenata contro l’economia della riproduzione, con il valore di pace e difesa della vita che incarna. Allora forse è questo il momento per recuperare l’eredità del pensiero femminista (che, a partire dall’evento pandemico, sta riscuotendo un rinnovato interesse a livello internazionale) e per agire concretamente nella direzione del riconoscimento da parte dello stato di un salario a quel lavoro di cura “naturalizzato”, e per questo da sempre “estratto” dalle donne.

Non solo per il suo risvolto in termini di miglioramento delle condizioni materiali di vita di metà della popolazione femminile del nostro paese (comunque importante, in un contesto economico difficile e con i salari al palo da trent’anni), ma soprattutto per la sua portata autenticamente rivoluzionaria di contrasto alla discriminazione femminile e alla disuguaglianza sociale. Se il lavoro domestico diventa a tutti gli effetti un lavoro “sindacalizzabile”, non soltanto quando lo si appalta a terzi, significa che tutte le donne che lo svolgono sono lavoratrici. Con i diritti che da ciò derivano, compreso quello di non svolgerlo, o di inventare forme cooperative per farlo o di redistribuirlo diversamente tra le parti. E così si scioglie il senso profondo dello slogan “un salario per/contro il lavoro domestico”.

Si tratta di una battaglia che investe tutte le donne, le casalinghe per scelta (non più dell’9%), quelle per necessità (per la mancanza di posti di lavoro, i bassi salari e l’assenza di servizi di welfare adeguati), così come tutte le donne che lavorano fuori casa, in una campagna di recupero e rivendicazione consapevole delle attività che comunque continuano ad accollarsi tra le mura domestiche. Come scrive Dacia Maraini, “non c’è barba al mondo che riesca a salvare le donne da un lavoro vissuto come destino: quello della casa, dei bambini, dei malati, degli invalidi …”.    

Per dare qualche cifra, soltanto il lavoro di cura in Italia viene stimato in circa 85 miliardi di euro, pari al 4,4% del PIL, con la componente retribuita (colf, baby sitter e badanti), che viene ufficialmente calcolata in circa 15,8 miliardi di euro, pari all’1% del PIL. In quel 3,4% non conteggiato balla l’attività delle cosiddette “inattive” della definizione Istat. “Inattive” che dunque creano una ricchezza quantificabile, pur con tutti i limiti di una stima basata su un “salario di sostituzione” riferito a un lavoro a bassa qualifica, ovvero a basso valore aggiunto, che ignora il complesso di competenze e la reperibilità continua che il lavoro domestico richiede. Se pensiamo che l’intero settore turistico italiano vale per il 6,2% del PIL (dati Eurostat), abbiamo alcuni elementi per dare una prima valutazione della grande ingiustizia che si continua a consumare sulle donne.[Si nota a margine che esistono stime anche molto più elevate, in base ai criteri che si adottano, ma non sono adesso essenziali per questa riflessione].

Commentando il silenzio main stream che avvolge la questione del lavoro di cura non retribuito, l’economista Nancy Folbre, direttrice del Programma su genere e lavoro di cura presso il Political Economy Research Institute (PERI), ha osservato come il motivo fondamentale sia da rintracciare nel fatto che “attribuire un valore monetario al lavoro non retribuito, così come al deterioramento del clima a livello globale e dell’ambiente in generale, minacci l’egemonia ideologica e politica del mercato capitalista.”

Oggi, in questo clima belligerante, di violenza diffusa e di negazione di ogni forma di diritto, appare come una delle prospettive più radicalmente innovative sulle quali poter lavorare.         

[Le immagini provengono dagli archivi dei Collettivi femministi]