“A voi tocca dare un volto alla Repubblica, un’anima alla democrazia, una voce eloquente alla libertà. Dietro a voi sono le sofferenze di milioni di italiani, dinnanzi a voi le speranze di tutta la nazione. Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano”, con queste parole, il presidente dell’Assemblea Costituente Giuseppe Saragat si rivolse ai 556 membri, con le prime 21 donne elette.
Il testo, entrato in vigore il 1° gennaio 1948, rimase esposto per l’intero anno nelle sale di tutti i Comuni, da Nord a Sud, nelle grandi città come nei paesi, perché potesse essere letto, conosciuto e festeggiato da tutti i cittadini.
Per i 75 anni della Costituzione italiana, una intervista al filosofo di Alfonso Maurizio Iacono per soffermarsi sul valore e il significato del lavoro nella nostra Carta, a cominciare dall’articolo 1.
Il lavoro è il principio che incardina l’intero dettato della Carta, a partire dall’art.1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Perché questa centralità?
La Costituzione italiana riconosce il lavoro come la condizione fondamentale per la dignità della persona e per la sua possibilità di realizzarsi. Molti oggi pensano e dicono che il lavoro ha perso la sua centralità nella vita degli uomini. Non penso sia vero. Il senso della perdita di centralità del lavoro nella vita sociale e umana dipende da quel tipo di concezione che vede il lavoro come il tempo del sacrificio e il riposo come il tempo della felicità. È l’idea del lavoro come pena. Ed effettivamente nella maggior parte dei casi oggi il lavoro è pena e sacrificio, perché è il risultato dello sfruttamento. Ciò sarebbe compensato dal tempo libero che è diventato a sua volta un terreno sempre più vasto di produzione e di attività. Fermo restando che le lotte per la diminuzione delle ore lavorative restano sempre un obiettivo importantissimo, anche se oggi quasi dimenticato, l’attenzione alla qualità del lavoro e al suo ruolo nella realizzazione sociale e umana è un corollario decisivo della dichiarazione dell’art. 1 della nostra Costituzione. In caso contrario il rischio è quello che di fatto stiamo correndo. Un mondo dove ancora domina l’antica visione romana di panem et circenses, pane e circo, rafforzato dai potenti mezzi tecnologici attuali, ma con sempre meno pane per i più e sempre più circo per tutti.
Oltre ad essere un diritto del cittadino, il lavoro è anche un suo dovere, come dice l’art.4: il “dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Che cosa significa questa doppia accezione?
È il riconoscimento del lavoro come attività sociale e cooperativa. La capacità di cooperare attraverso un progetto è una facoltà umana che vede la libertà di ciascuno come la condizione di una vita associata. Ma perché vi sia la libertà di ciascuno, è necessario che ognuno faccia la propria parte. E perché ognuno faccia la propria parte, è necessario che si realizzi l’eguaglianza fra tutti. In questo senso il diritto al lavoro è nello stesso tempo il dovere del lavoro. Nella nostra Costituzione è centrale la dimensione sociale delle donne e degli uomini. Come hanno sottolineato Aristotele, Seneca, S. Tommaso e Marx, l’uomo è uno zòon politikòn, che potremmo tradurre con animale sociale o animale politico ma in un senso diverso dall’idea di politica che domina oggi.
Parità di salario, riconoscimento del lavoro di cura, un sistema di welfare per l’infanzia: l’art. 37 prescrive di superare il divario di genere e di riconoscere l’“essenziale funzione familiare” della donna e una “speciale adeguata protezione alla madre e al bambino”. Quant’è ancora lungo il cammino per l’attuazione di questo articolo?
Temo sia ancora lungo. E bisogna stare in guardia perché su questo terreno si può regredire molto facilmente. Bisognerebbe riconoscere e remunerare anche il lavoro casalingo. Inoltre è fondamentale il tema della cura che comporta un mutamento della concezione che abbiamo del rapporto con l’altro. La cura deve stare accanto al lavoro in quanto riconoscimento, accoglimento e comprensione dell’alterità dell’altro. Si tratta di una concezione più generale che ha a che fare con la pietas, che non significa pietà, ma appunto comprensione dell’altro, accoglimento, propensione verso l’idea che l’altro non solo va rispettato, ma rappresenta in principio una possibilità di arricchimento di te. È un tema centrale per immaginare una cooperazione, lavorativa e non, ma anche per modificare l’atteggiamento diffuso oggi in Italia e in Europa nei confronti dei migranti e della loro tragedia, un atteggiamento di cui dobbiamo vergognarci e che è lontano anni luce da ciò che ha ispirato la nostra Costituzione.
Spesso ci interroghiamo sull’attualità della nostra Carta. Ma se volessimo leggerla con le lenti della sostenibilità, che oggi sta orientando il dibattito sul futuro, non la troveremmo già delineata nelle sue tre dimensioni sociale ed economica, e anche ambientale, dopo l’esplicitazione degli articoli 9 e 41?
Senza dubbio. Tuttavia, nonostante l’affermazione dei principi, ne siamo ancora piuttosto lontani. Personalmente penso che vi sia incompatibilità di fondo tra la situazione ambientale, la condizione sociale di eguaglianza reale e la natura del capitalismo, in particolare nella sua versione neoliberista. In questo senso l’attualità della Costituzione consiste nella sua inattualità, cioè nel darci gli strumenti regolativi per combattere le degenerazioni e gli arretramenti sociali e umani.
La nostra Costituzione è “la più bella del mondo”, la realtà del Paese però purtroppo non la rispecchia. Come possiamo interpretare la distanza tra costituzione formale e costituzione materiale?
La nostra Costituzione continua a essere e deve continuare a essere un riferimento decisivo per lottare contro questa distanza, soprattutto per quel che riguarda l’ambiente e le diseguaglianze sociali, economiche, umane. Bisogna lottare contro i privilegi che nel nostro paese sono fin troppo connaturati e ben accolti nel mondo politico. Come ricordava Primo Levi ne I sommersi e i salvati, soltanto nelle utopie i privilegi non esistono, mentre si riproducono sempre nelle società reali. È un compito dell’uomo giusto lottare contro i privilegi anche se questa è una lotta senza fine. Non so se si possa colmare la distanza fra costituzione formale e costituzione reale, ma di sicuro bisogna lottare per impedire che aumenti, anzi per far sì che diminuisca.
[Intervista pubblicata su Memo Grandi Magazzini Culturali https://grandimagazziniculturali.it/2023/04/fondata-sul-lavoro-i-75-anni-della-nostra-costituzione-dal-volto-umano/]


